Il Tarantismo a Galatina

La Cappella di San Paolo: mistero di un pellegrinaggio tra sacro e profano

logo tarantismoLa chiesetta di San Paolo, a pochi passi dalla piazza principale della città e dalla Chiesa Matrice, dedicata ai Patroni Santi Pietro e Paolo, è stata dal medioevo e sino alla fine degli anni '50 del XX secolo, teatro di fenomeni misteriosi legati al "tarantismo".
Si racconta che gli apostoli Pietro e Paolo, durante il loro viaggio di evangelizzazione, sostarono a Galatina e che San Paolo, riconoscente della calda ospitalità ricevuta da un pio galatinese nel proprio palazzo, ove ora è ubicata la Cappella, in via Garibaldi n. 7, diede a lui ed ai suoi discendenti il potere di guarire coloro che fossero stati morsi da ragni velenosi, detti in dialetto "tarante". Sarebbe bastato bere l'acqua del pozzo posto all'interno della casa (attualmente murato per motivi igienici) e tracciare il segno della croce sulla ferita.
Da qui l'annuale ricorrenza, il 29 giugno, di un rito esorcistico che, per le donne pizzicate (talvolta erano anche gli uomini) dalla taranta nelle campagne durante la raccolta del grano, iniziava nelle proprie abitazioni e si concludeva con la "liturgia" nella casa del Santo, dove venivano accompagnate da musicanti provvisti di tamburelli, violini, armoniche e organetti, per ringraziarlo della grazia ricevuta o per invocarla. Solo dopo aver bevuto l'acqua miracolosa ed aver vomitato nel pozzo, la grazia si poteva ritenere ottenuta. Accadeva che le "tarantate", dopo essere state morse da uno di questi ragni, entravano in uno stato di confusione e agitazione o piombavano nella depressione, dal cui torpore si destavano solo al suono di una musica che le costringeva a ballare convulsamente, rotolandosi e contorcendosi per terra, arrampicandosi sui muri. Con "la pizzica", mimando la danza della taranta, nella quale si identificavano per portarla allo sfinimento e alla morte, le donne, perdendo la propria identità, si potevano liberare dal veleno e guarire dal morso. Per liberare le tarantate dalla possessione demoniaca, i musicisti-terapeuti facevano ronda attorno alla vittima aggressiva ed isterica e impiegavano ore e ore per portare a termine il rituale, che si concludeva con la morte simbolica della taranta a la rinascita a nuova vita della donna.
L'esorcismo, quindi, si concludeva con il pellegrinaggio a Galatina, dove davanti alla chiesetta di San Paolo il rituale si ripeteva, richiamando folle di curiosi.
Oltre alla musica e la danza, il terzo elemento magico del rito erano i colori. A volte ignare persone che indossavano abiti con colori accesi richiamavano l'attenzione morbosa delle tarantate. Ancora oggi durante la festa patronale di giugno su qualche bancarella si trovano le cosiddette zagareddhre, nastri colorati, legati anche ai tamburelli, che venivano agitati intorno alla tarantata, per identificare il colore odiato, e quindi strapparlo e gettarlo via per farla guarire.
Questo culto, nel quale il ragno è simbolo carico di significati positivi, per la laboriosità di tessere la tela, e negativi, per il pizzico ed il veleno, per alcuni studiosi affonda le sue radici nel mondo della Dea Madre che, con la forza di antichi riti pagani, faceva riaffiorare gli istinti primordiali, riscattando la donna non solo dalla sua condizione contadina, ma anche subalterna, sociale e sessuale. Riti riportati poi dalla Chiesa nell'alveo del cristianesimo, del Dio Padre, tramite il culto di San Paolo, protettore di tutti coloro che vengono pizzicati da un animale velenoso.
Tra tutti si cita lo studio di Ernesto De Martino, antropologo napoletano, che nel 1959 a Galatina registrava gli ultimi ri-morsi del tarantismo.
Fenomeno che, già a partire dagli anni '60, nei famosi ansi del cosiddetto boom economico, presentava i primi segni di disgregazione.
Per molti galatinesi, in una città che, con le trasformazioni dello stile di vita, si andava affrancando dalla civiltà contadina e dalla cultura della sofferenza, il tarantismo rappresentava un tabù, perché significava arretratezza, esprimeva tensioni economiche e sociali, frustrazioni individuali psichiche o sessuali.
Le cerimonie, che erano diventate una sorta di carnevale, con aspetti anche osceni, furono proibite dalla Chiesa. La cappella, dove negli anni successivi non venne più celebrata la Messa, cadde nel degrado.
La rinascita culturale in atto ha fatto chiedere a gran voce di salvare dall'oblio il santuario di questa lunga pagina di storia che faceva arrivare a Santo Paulu de Galatina le popolazioni di tutti i paesi vicini.
Nel 2005 il Comune di Galatina ha avuto in concessione l'uso della chiesetta di san Paolo da parte dell'attuale proprietario del palazzo signorile, risalente alla seconda metà del 700, del quale fa parte integrante la cappella, con l'impegno di "restituirla ad una tradizione rituale che coinvolge tutto il Salento".
Con il successivo accordo siglato con la Provincia di Lecce, attraverso l'Assessorato Provinciale alla Cultura, si suggellava l'impegno di un progetto di restauro dell'altare in pietra leccese, delle superfici murarie interne, dell'affresco che sormonta il pozzo e della tela raffigurante il santo, alla quale nel corso del 2007, con l'intervento del laboratorio di restauro del Museo Provinciale, verranno restituiti i colori.
La chiesetta di San Paolo, aperta ai visitatori tutti i giorni, continua così ad evocare spiritualità, suggestioni e sofferenze che non si cancellano.

Il tarantismo oggi: ponte tra oriente e occidente

Del fenomeno storico-religioso continuano ad interessarsi pochi cultori, ma il mito incuriosisce ed affascina antropologi, etnomusicologi e sociologi che, andando oltre le cause naturali e le credenze, ne colgono la viva fonte di ispirazione per la creatività e l'immaginazione, e le nuove connotazioni comunicative che va assumendo.

Un mito che è rinato sotto un'altra forma e che contagia uomini e donne, giovani e adulti, non solo nel Salento, ma in tutta Italia e all'estero, producendo nelle piazze, nelle sagre, nelle feste, esaltanti occasioni di catarsi collettiva che, sia pure non esenti da tracce di edonismo cosmopolita, radunano migliaia di persone che ballano, cantano e suonano la "pizzica" e dove tanti giovani salentini mostrano senza vergogna e con orgoglio le stesse tracci di sangue sul tamburello, dovuto all'uso prolungato e parossistico del rituale tradizionale.

Gli strazi e le urla della pizzica tarantata hanno lasciato spazio ai canti ed ai balli che facevano dimenticare alla gente più umile le estenuanti fatiche della vita quotidiana, alla pizzica pizzica, alla abilità dei contendenti della pizzica scherma, alla sensualità della pizzica de core, la danza del corteggiamento dove i ballerini, senza mai toccarsi, si scambiano sguardi e gesti che rivelano il desiderio dell'uomo di entrare nelle grazie della donna e il piacere di lei di provocare, sventolando un fazzoletto che l'uomo può prendere solo con il suo consenso.

Ma se il tarantismo "puro" si è estinto, per la scomparsa dalle campagne della taranta o per la reale trasformazione economica, storica e sociale del sud, è sorto e si è andato sempre più amplificando nell'ultimo decennio, un movimento, per il quale è stato coniato il termine di neotarantismo, che ha acceso nuove dinamiche per la ricostruzione dell''identità culturale salentina, con tutte le sue attuali contraddizioni, di una nuova borghesia emergente legata alle costruzioni ed al terziario e del dramma della disoccupazione, dell'insicurezza del futuro, dell'apparente democrazia dei consumi, degli effetti della globalizzazione.

Un movimento che, superando il purismo di chi vuole mantenere intatte le tradizioni, mantenendo una visione estetizzante della civiltà contadina, individua, attraverso il linguaggio sublimale della musica-danza, le radici vitali delle vecchie culture contaminandole con altre espressioni culturali, con forme di improvvisazioni che producono elaborazioni innovative di grande successo nel bacino del mediterraneo e oltralpe.

 
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