12-03-2010 | Sito ufficiale della Città di Galatina
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GALATINA
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Museo "Pietro Cavoti"


Il Museo Comunale di Galatina ha origini piuttosto recenti. Nasce, infatti, con la intitolazione a Pietro Cavoti il 15 gennaio 1936. In questa data con deliberazione podestarile di Domenico Galluccio la civica istituzione museale viene per l’appunto intitolata a questo illustre Galatinese nato e vissuto nel XIX secolo. La delibera di denominazione del Museo di Galatina come "Museo Comunale Pietro Cavoti" è la diretta conseguenza di un’altra deliberazione che, nell’ordine, la precede immediatamente. Con quest’ultimo atto, infatti, si procedeva ad accettare i lasciti a favore del Comune di Galatina dell’avvocato Raffaele Torricelli, di Avetrana, il quale con testamento pubblico, del 1931, "donava alla Biblioteca Comunale di Galatina tutti i suoi libri e al Museo di questa Città le illustrazioni della Chiesa di Santa Caterina fatte da Pietro Cavoti nonché le vignette illustrative della Storia di Atto Vannucci".

In questo periodo preziosa è l’attività di Francesco Bardoscia, rivolta alla raccolta delle altre collezioni museali. I due nuclei più cospicui restano comunque quelli dei due artisti galatinesi Pietro Cavoti (1819-1890) e Gaetano Martinez (1892-1951). Del primo si ricordano qui le miniature, i dipinti, le caricature e i disegni, con i volumi e le cartelle di studi giovanili, eseguiti a Galatina, a Soleto, a Lecce, prima del 1860; insieme con gli altri, a questi successivi, eseguiti a Napoli, a Roma, a Pisa, a Siena, a Firenze e nelle tantissime altre località dove lo portarono le sue peregrinazioni. Poi ci sono i volumi e le raccolte di stampe, che il nostro Artista aveva collezionato nei suoi continui vagabondaggi per l’Italia, con i numerosi taccuini di viaggio, preziosi per le osservazioni e ricchi di annotazioni di vedute e di stati d’animo, di quanto la sua curiosità andava continuamente indagando e osservando. Sono ancora da ricordare le raccolte di incisioni e quelle di fotografie: tra queste ultime molto belle sono soprattutto quelle del Barbieri. Per non parlare, infine, del ricchissimo epistolario e della fitta corrispondenza che il Cavoti ebbe ad intrattenere con i moltissimi personaggi del variegato mondo dell’arte, della politica e della cultura del suo tempo.

Tra i non pochi amici, con i quali ha condiviso gli ideali e i valori dell’Arte e della Patria, ricordiamo qui Cosimo De Giorgi, al quale poco prima della morte egli aveva affidato quasi il suo testamento spirituale, e il più giovane Antonio Bortone, l’amico di Firenze, del quale a Galatina è rimasto l’imperituro ricordo del Cavoti nel ritratto in bronzo del 1912.

Del secondo, Gaetano Martinez, il Museo conserva moltissime opere. Di questo scultore che ha vissuto ed operato tra la natìa Galatina e la città di Roma, dove per la prima volta si era recato a 19 anni, nel 1911, in occasione dell’Esposizione Internazionale, sono documentati un po’ tutti i periodi della sua attività artistica. Il sogno, però, di poter lavorare a Roma, all’inizio, svanisce di colpo. Dopo appena due anni è costretto a tornare a Galatina. Nella sua città natale questi sono gli anni più proficui di sperimentazioni e ricerche, forzatamente interrotte dalla sua chiamata alle armi del 1916.

Di tale periodo si ricordano qui: il Dolore Umano (datato 1915), il Bambino che dorme o Nudo disteso (1915), il Ritratto di vecchio -Signor Tondi- (sempre del 1915), il Filosofo (datato 1917), il Wagner (1918), lo Studio, composizione allegorica sacrificale, o Allegoria di sacrificio, in un bassorilievo in terracotta patinata (datato 1918-19) e ancora un Ritratto di vecchio (datato 1922).

Il 1922 è l’anno in cui egli si trasferisce a Roma, e questa volta il suo trasferimento è definitivo. Il periodo degli anni Venti, insieme con quello della svolta artistica successiva degli anni Trenta, costituisce il momento più ricco dello sviluppo delle sue tendenze artistiche e quello più pieno dell’affermazione della sua raggiunta maturità. Del primo periodo fanno parte, tra le altre, le seguenti opere: il Caino (datato 1922), la prima opera modellata a Roma, Studio per un monumento a Dante (datato 1924), il Vinto (datato 1925), l’ Adolescente (datato 1926), con il definitivo superamento di quel naturalismo che si colloca all’inizio dell’attività dell’Artista; il Giovane eroe morente, dettaglio monumentale (1926) di quel Monumento ai Caduti, progettato per Galatina, che venne poi affidato alla realizzazione dello scultore romano Tamagnini ed inaugurato nel 1927; Santa Cecilia e Serenità di Bagnante, entrambe del 1926, il Ritratto di donna – Fortunata Sabella- (datato 1927), l’ Architetto De Gregorio, del 1928.

Del successivo periodo degli anni Trenta ricordiamo qui le seguenti: il Ritratto di giovane (datato 1933), il Riposo d’ala (forse del 1932), il Ritratto di ragazzo (1933-34), la Donna egiziana (datata 1933), il Ritratto caricaturale (datato 1935) e le due statue monumentali, Pilota e Mastro d’ascia, entrambe almeno del 1934.

L’ultimo periodo, quello degli anni Quaranta, sino alla scomparsa dell’Artista avvenuta a Roma il 2 ottobre 1951, in questo Museo, è rappresentato da una sola opera: un Nudo femminile, del 1947, recente dono a questa istituzione della famiglia dell’ing. Giunta di Roma.

Nel Museo, infine, sono raccolte anche tantissime memorie storiche della Città e alcuni cimeli di storia patria: una lapide messapica, molte pergamene, alcuni dettagli o decorazioni architettoniche di palazzi civili e di strutture religiose oggi non più esistenti. E non manca una galleria di personaggi illustri. Le collezioni, con la sola eccezione di quelle rimaste ancora in deposito, sono attualmente allestite in sei grandi ambienti collocati al 1° piano dell’edificio dell’ex-Convitto Colonna. Gli interventi di conservazione statica e di restauro della struttura, succedutisi nell’arco di un ventennio e peraltro ancora da completare, finalizzati alla sua ristrutturazione per essere adibito tra l’altro a nuova sede del Museo, hanno visto già la loro logica conclusione nella delibera dell’attuale Amministrazione Comunale di denominazione dell’edificio quale Palazzo della Cultura.

Antonio Linciano

 

(Il presente testo è stato utilizzato per la stampa del Depliant sul Museo; fotografie: Fotoreportage)



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