


Nel 1494 Alfonso II d’Aragona, allontanando i Frati Minori della Regolare Osservanza da Galatina, provvede ad affidare la chiesa, il convento e l’ospedale di S. Caterina, e tutti i loro feudi e beni, ai Monaci Olivetani, unendo e incorporando tutto all’abbazia di S. Maria di Monte Oliveto della diocesi di Pienza. Dal 1507 in poi, invece, questi Monaci benedettini conservano soltanto l’ospedale di S. Caterina con tutti i suoi beni e feudi, e il governo di questi, ed intrecciano la loro storia galatinese con quella dell’ospedale fino alla sovversione della feudalità.
Nella chiesa di Santa Caterina, ancora oggi, la presenza degli Olivetani è attestata da un altare in pietra, su cui è collocata una grande statua di S. Benedetto, in pietra leccese, innalzato secondo lo stile rinascimentale, nella navata di destra, nel 1498, come si legge sull’architrave, e lì rimasto a testimonianza quasi della sopravvenuta ‘concordia’ tra le continue liti dei due Ordini religiosi. Proprio per il fatto che essi sono costretti a cedere ai Frati Minori il convento e la chiesa di S. Caterina, dopo l’avvenuta ‘concordia’ firmata a Roma il 1° giugno 1507, dànno inizio alla costruzione della nuova abbazia fuori le mura di Galatina.
Il nuovo "convento" costituisce la nuova sede galatinese degli Olivetani e diventa il nuovo centro amministrativo dell’ospedale e dei feudi.
Qui viene sistemato il grande archivio dove vengono collocate le antiche pergamene estratte dalle arche orsiniane e tutti gli altri documenti amministrativi riguardanti l’ospedale e i suoi possedimenti.
Ed è qui che si recano, fino agli inizi del Settecento, i notai per ricopiare le pergamene ad essi presentate dagli abati, come pure dimostrano alcune copie dei diplomi e degli inventari. In questo stesso tempo ‘i Bianchini’ cominciano ad innalzare anche la nuova chiesa di S. Caterina, denominata per l’appunto ‘Novella’, per distinguerla dalla basilica orsiniana. Per la costruzione di questo splendido e grandioso tempio a tre navate, di classico impianto cinquecentesco, effondono ingenti somme e sono costretti a indebitarsi. (Per la bibliografia su questa chiesa cfr.: Papadia, Vanna, Rizzelli, Montinari e Congedo,; NCUTO, p.17)